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eugeniolevi

27 gennaio 2009
politica interna
Resoconto politico di una domenica particolare


Ieri c'è stata la prima assemblea costituente regionale dei giovani democratici, alla sede del Pd di S.Andrea delle Fratte. La sede è favolosa. Ha una terrazza al terzo piano da cui si vedono a bruciapelo i tetti di Roma, con solamente le antenne a rovinare una vista altrimenti sgombra fino a S.Pietro. Alle spalle Trinità dei Monti, con l'obelisco e la chiesa, e anche se la scalinata non si vede, non puoi far altro che immaginarla, piena di turisti e piccioni in cerca di briciole. Non so come facciano a mangiare quelle briciole di pane sporche di tutto il terriccio di questi giorni piovosi; forse è per questo che vi si avvicinano con circospezione, agitando il collo senza sosta. Ma poi quando capiscono che quello è sì, davvero, è pane, allora non ci vedono più, e si tuffano a frotte sulle molliche. Noi umani, per fortuna o per sfortuna, siamo un po' più complicati, e raramente ci accontentiamo: non credo che saremmo disposti a piegarci in due, il collo proteso, e con la bocca tentare di afferrare un umido pezzo di pane. Io almeno non ce la farei, credo preferirei saltare il pranzo. Non so se è meglio, da un punto di vista strettamente igenico, che un pranzo di Burger King consumato su un lungo tavolo, al posto dove normalmente siede un ministro-ombra, davanti ad un elenco di nomi e a un pacco di schede di voto. Delega, scusami, ecco una firmetta, grazie, gianlù la scheda. In lontananza i rumori dell'assemblea.

Siamo alla fine. Il tramonto sulla terrazza tinge d'arancione la linea dell'orizzonte dietro Monte Mario e i tetti di Roma brillano di una luce soffusa. Ancora pochi istanti, e dopo sarà la notte, la fine di questa lunga giornata. Abbiamo un nuovo segretario regionale, il primo.

1 gennaio 2009
politica interna
Un pensierino per l'anno nuovo
Mi dovete scusare se sarò un po' lungo. Volevo condividere una riflessione, ed i blog sono uno dei luoghi possibili dove poter, come con una bacheca, appuntare i propri foglietti e farli leggere da chi vuole. In questo caso è un po' lungo, e questo va contro i miei principi riguardanti lo scrivere sui blog.

C'è un rischio che secondo me stiamo toccando con mano in Italia e che viene da una certa analisi e da una certa lettura delle ultime vicende politiche, e che non solo è dannoso per la sinistra, ma per l'intero sistema politico italiano. Ed è quello per cui venuta meno una distinzione “morale” fra destra e sinistra (ovvero la moralità della sinistra e l'immoralità della destra), la sinistra non avrebbe più ragione di esistere. E per la sinistra quindi tutto si ricondurrebbe tutt'al più ad un recupero della moralità, da ottenersi in vari modi (ricambio forzoso delle classi dirigenti, espulsioni dal partito, pratiche giudiziarie, ecc.).
L'articolo di domenica di Scalfari su Repubblica sembrerebbe dare quest'impressione, ed è una lettura che danno molti, fra elettori e militanti amareggiati. Quella per cui le forze politiche di sinistra possono essere le uniche, in questo paese, ad avere a cuore l'interesse generale, mentre la destra al governo occuperebbe solamente il potere per suoi fini particolaristici. E quindi la sinistra trarrebbe la sua forza dal “popolo”, mentre la destra dall'insieme delle corporazioni e delle caste che riesce a rappresentare e a foraggiare direttamente con un uso distorto dello Stato. Nel momento in cui anche a sinistra si perde la moralità, allora si spezzerebbe quel legame con il “popolo” e la sinistra non solo crollerebbe elettoralmente, ma perderebbe anche la sua funzione.

Io trovo quest'idea della sinistra italiana estremamente riduttiva. Sicuramente fra le grandi conquiste dei partiti della Prima repubblica c'è quello di aver coinvolto le masse operaie e contadine fino ad allora escluse, sia dal fascismo che dallo Stato liberale post-unitario, nella gestione democratica del potere. Ma non si può ridurre tutto a questo. Ci sono le grandi conquiste sociali, nel campo dei diritti sul lavoro, nella riforma dell'istruzione, nei diritti sociali; ci sono le conquiste civili, dal divorzio al miglioramento della condizione femminile; c'è la lotta per la pace, dall'opposizione alla prima guerra mondiale all'europeismo del secondo dopoguerra. Insomma, c'è qualcosa di più che non la semplice moralità, che fra l'altro in questa logica riduttiva non sarebbe altro che una corretta amministrazione della cosa pubblica. C'è tutto un insieme di lotte politiche, c'è una visione della società e dell'uomo. Ci sono un'ideologia e un programma di rivendicazioni politiche. È su questo che i grandi partiti sono riusciti a convogliare le masse alla democrazia, creando le condizioni per un miglioramento sostanziale della società rispetto a quella povera ed arretrata del dopoguerra.
Certo sono riusciti ad interpretarlo con grande coerenza. Ed è quindi in questo modo che si sono costruiti un vero radicamento nella società e hanno stabilito legami organici con interi pezzi di società, attraverso il partito stesso, attraverso i sindacati o l'associazionismo laico e cattolico.

Da qua si riparte e qui passa secondo me il discrimine fra una ripresa politica e culturale del centrosinistra in questo paese. Dalla lotta alla corruzione? Certamente, perché tutti siamo contro la corruzione. Ca va sans dire. Dalla questione morale? Certamente, perché non ho dubbi che in questo paese in questi ultimi anni molte cose nella gestione delle amministrazioni pubbliche non siano proprio state un modello di accountability (e anzi, forse è da là che si può ripartire). Dall'antiberlusconismo e dall'opposizione dura e pura, senza se e senza ma? Certamente, perché non c'è bisogno di ricordare che noi siamo l'opposizione e che in questo paese c'è un conflitto d'interessi enorme. Dal radicamento territoriale, cioé dallo “stare fra la gente”? Certamente, perché é importante poter coinvolgere in maniera continuativa le persone nella definizione delle politiche sia locali che nazionali, e costruire partecipazione e discussione a tutti i livelli.
Certamente ci servono tutte queste cose, ma non è per niente sufficiente. Solamente se pensiamo che tutti gli altri argomenti siano questioni tecniche, da lasciare a specialisti o esperti dei differenti settori, allora queste cose divengono la questione principale. Invece forse queste cose si risolveranno solamente quando avremo veramente un messaggio su cui invitare gli italiani a partecipare e a costruire davvero assieme questo partito, rendendolo compiutamente democratico.
Io rovescerei la piramide. La questione morale non può essere la precondizione all'esistenza della sinistra in Italia, ma piuttosto ne è una conseguenza. Noi siamo morali non solamente se gestiamo bene le amministrazioni, ma se facciamo politica con coerenza rispetto agli obbiettivi che noi stessi ci diamo, e sui quali chiediamo consenso e partecipazione ai cittadini. Per questo abbiamo bisogno prima di tutto di portare la storia della sinistra, con i suoi principi, nella società d'oggi, cercando di capire che la nostra funzione non è finita.
Questa è una società di eguali, in cui ognuno ha stessi diritti e stesse responsabilità? La dispersione scolastica è ancora fortemente determinata dal censo e dalla provenienza sociale.
Questo è stato un modello di sviluppo che tendeva all'equità sociale? Da oltre 10 anni la forbice fra ricchi e poveri è aumentata a dismisura.
Questo è un paese in cui la politica democratica prevale sugli interessi economici? Basta “leggere” i giornali per accorgersene.
Questo è un mondo pacifico, in cui non ci sono più guerre? Gli schermi tv di questi giorni ci stanno dimostrando la triste realtà di una vicenda che si trascina veramente da troppo tempo.

Questo è il mio pensierino per l'anno nuovo. Buon anno a tutti noi.

23 dicembre 2008
politica estera
Europa
Due elementi della mia giornata di oggi: la lettura del documento della direzione PD e qualche riflessione sull'Europa.
Ebbene, a pochi mesi dalle elezioni europee e con il mondo che si interroga su cosa l'Europa farà rispetto alla crisi economica, nel documento del PD, che pure ha una parte ampia sull'analisi della situazione del paese, non c'è riferimento alcuno a cosa l'Europa dovrebbe fare. Mi pare un punto ancora più grave che non l'ormai annoso tema della collocazione internazionale, perché vuol dire che non siamo ancora in grado di definire un punto di vista entro il quale scegliere una collocazione. L'unico riferimento all'Europa è nella proposta dello sbarramento nella legge elettorale, ovvero nella riproposizione di una questione riguardante l'assetto partitico nazionale piuttosto che una questione europea vera e propria. C'è bisogno che entro la conferenza di marzo si ragioni in maniera più stringente su questo tema, così come Veltroni ha tentato di fare nella sua relazione su altre questioni.

Eppure mi pare che di cose ce ne sarebbero da dire: a partire dal fatto che con una economia interdipendente come quella europea le soluzioni nazionali, che pure sono politicamente più praticabili e quindi con effetti più immediati, tendono tutte alla subottimalità, ovvero hanno effetti ridotti rispetto ad un'azione congiunta di tutti i paesi. Questo può non interessare magari alla Germania, che é ancora il più grande esportatore europeo, ma per l'Italia, che ha vincoli di bilancio molto più stringenti, dovrebbe essere una delle prime preoccupazioni. Ed è in Europa che si definiscono i caratteri dell'uscita dal capitalismo di carta di questi ultimi anni e si ripensa lo sviluppo e lo Stato sociale.
3 dicembre 2008
politica interna
sul rinnovamento nel pd

Sul rinnovamento generazionale si è detto veramente di tutto. Forse anche troppo. E' diventato quasi un'ideologia, la soluzione ai mali del paese e del partito in particolare. Non importa quale rinnovamento si faccia, l'importante è che si faccia! Non importa cosa ci sia di nuovo, o che ci sia il nuovo ma senza idee, basta che nuovo sia! Io credo che questo pensiero recondito, che sicuramente banalizzo un po', sia ben presente nella famosa intervista di Bettini sul rinnovamento, in cui ci proponeva la Madia, Calearo e Colaninno jr. come esempi di nuova classe dirigente. O che si riveli anche dietro una certa critica alla “gestione Veltroni” del partito, impostata su un presunto recupero dello “spirito delle primarie”, come elemento fondativo e fortemente identitario. Il nuovo per il nuovo, il rinnovamento per il rinnovamento. In fondo sia Bettini che i suoi critici in questo caso dicono la stessa cosa, perché in fondo questa è stata la retorica del Pd nella prima fase, fino alla sconfitta elettorale.

Io penso invece che il rinnovamento debba essere prima di tutto accompagnato da nuove idee. Ma non penso che se si è di una generazione diversa, automaticamente le idee siano diverse e valide (perché possono anche essere diverse ma perdenti). E non penso che siano di per sé insite in una nuova generazione di cittadini, per quanto possano essere professionisti giovani ma affermati, ricercatori di successo rientrati dall'estero, precari intellettuali, operai disoccupati o bruciati dalla fiamme, o studenti validissimi. Penso piuttosto che una nuova classe dirigente e le sue idee sul presente e sul futuro si costituiscano in due modi, per niente originali: con lo studio e con la pratica.

Con lo studio vuol dire una cosa semplice, che un tempo si chiamava formazione politica. Leggere, pensare, discutere.

Con la pratica vuol dire che il processo di formazione sia personale, che intellettuale, che politico, non può essere visto semplicemente come un processo statico. Si forma nel mezzo della battaglia politica, nella costruzione di iniziative. Fra vittorie e sconfitte. Deve esserci libertà di sperimentare nella formazione, perché non tutto riesce immediatamente col buco. Per questo serve anche una organizzazione giovanile, e per questo non si diventa immediatamente dirigente nazionale senza un minimo di esperienza politica. Perché ad un certo livello, chiaramente, non ci si può più permettere di sbagliare molto.

Le due cose vanno assieme. Studio e pratica, persone e idee. Non vedo molte alternative. E non mi pare di aver detto cose particolarmente originali. Un nuovo dirigente importante del PD può uscire solo da un percorso di questo tipo. Per questo penso che un certo dibattito sia una forzatura. Nel caso di Bettini, strumentale ad una dirigenza che sostanzialmente sta fallendo i suoi obbiettivi e prova a rifugiarsi in corner. Nel caso dei detrattori, semplicemente coerente con un certo pensiero anti-partitico molto in voga negli anni scorsi.

29 aprile 2008
politica interna
Il terremoto
L'articolo migliore sul Partito Democratico e le elezioni l'ho trovato qua. Mi è parso di una lucidità estrema.

E' da un giorno che sono preso da attacchi di risa isteriche. Forse mi devo far curare.

C'è poca consolazione nel dire che avevamo ragione. Che il partito di plastica non era la cosa giusta per questo paese (quanto sembra lontana la ridicola assemblea costituente di Milano...). Che sul modello elettorale tedesco una convergenza si poteva trovare. Che questo governo doveva reggere almeno un altro anno e non aveva bisogno di continue provocazioni. Che le liste elettorali del partito per Camera e Senato erano tutte sballate (in Veneto la Lega prende il 26% e noi il 27%). Che forse il materiale di propaganda per la campagna elettorale nazionale era necessario più che organizzare call-center a Roma. Che le periferie romane erano state trascurate un po' troppo. Che i neofascisti andavano delegittimati invece di concedergli spazi e risorse.
Adesso è il tempo di costruire quello che fino ad oggi non è stato fatto in maniera seria. Una lettura della società e dei suoi interessi, una cultura politica, l'organizzazione nel partito.

Lo dico: avrei trovato dignitoso e coerente che ieri sera, saputo il risultato romano e dopo la sconfitta elettorale nazionale, Veltroni, il suo esecutivo e il coordinatore del partito Bettini rimettessero il loro mandato al giudizio del partito.  
18 gennaio 2008
Il Papa, La Sapienza e la sapienza
Visto che già molti (1, 2, 3, 4) si sono espressi sull'argomento, lo farò adesso anch'io. Non che nessuno ne sentisse la necessità, immagino, ma tant'è.
Non mi metterò a dire chi ha sbagliato in questa vicenda, anche perché tutti hanno fatto qualcosa per rendere più teso il clima (professori, collettivi, Guarini e il Vaticano). Riprendendo le parole di Rodotà alla nostra iniziativa, è "la brutta fine di una brutta vicenda".
Alcune cose ancora non riesco a capire però: perché i professori non si sono dissociati dai collettivi studenteschi, che volevano impedire in ogni modo di parlare al Papa (anche con concerti)? Una cosa è contestare, seppur con toni da crociata, la politica culturale del rettore, un'altra è fomentare gli istinti animali di chi vuole solo fare grande confusione.

Sugli effetti politici della vicenda:
1- il Papa mi pare ne esca rafforzato: allo stato dei fatti è riuscito a mettere d'accordo tutto l'arco politico di forze parlamentari, che gli ha manifestato solidarietà incondizionata. Inoltre ha ricompattato, almeno sulle questioni vaticane, buona parte dei cattolici del Pd.
2- la Chiesa non può più pensare di rappresentare tutti. E' una delle parti in gioco, forte sicuramente, forse egemone, ma la sua parola non è più neutra e inoffensiva. Una Chiesa da combattimento, uno dei tanti poli della società liquida.
Ora la palla sta nel suo campo: o sceglie di incassare il consenso per riconciliarsi con tutti e riacquisire una sua autorevole neutralità, oppure lo porta come dote in uno scontro culturale e politico fortissimo. Il Pd è pronto per questa seconda eventualità?

Per chiudere una romantica canzone d'amore:


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